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Nella poesia di Angelo Francesco Nardelli vi è la negazione completa di qualsiasi visione realistica o naturalistica. Perfino l’amore, che è ovvio per natura tende al suo compimento nell’esercizio della sessualità, non è sostanzialmente vissuto in quest’opera nella sua dimensione sensuale.

Oddio non è che manchino situazioni erotiche. Non mancano sguardi, capelli con cui si può giocare, le manie del sangue, il fuoco che arroventa le carni, gemiti di amore, moti convulsi del corpo, mani che si toccano, calore delle vesti, fremiti delle labbra, il suono delle gambe sulla strada, però i particolari della fisicità risultano nella poesia di Angelo Francesco Nardelli annegati in contesti che spostano le immagini sensoriali verso significati altri, che alludono, io credo, ad una visione metafisica non solo dell’amore, ma del mondo, della vita, della morte.

La stessa immaterialità si trova anche nei paesaggi, anche nei luoghi del tempo e dello spazio. Anche qui emergono sempre paesaggi, elementi isolati, la cui connotazione visiva e sonora non è mero oggetto dei sensi, della vista e dell’udito, ma sempre metafora e simbolo, che rinviano la mente del lettore ad altro.

Questo perchè per Nardelli, ed è un tema tutto moderno, le cose hanno una loro voce misteriosa e segreta e se noi siamo capaci di ascolto interiore cogliamo la voce delle cose. Leggiamo alcuni versi della poesia Scagiona da te, amata, il sentiero maestro.

 

Scagiona da te, amata, il sentiero maestro
che portò lumi al tuo sapere ignoto:
sostanza che il mistero inghiotte
oltre i limiti d’inutili parvenze.

 

Ecco che la conoscenza sensibile è parvenza, inutile. E ancora.

 

Quelle voci la terra porta nel suo seno
e le ridesta al moto ondoso del vento
oltre la siepe.

 

Ecco come la natura parla a chi la sa ascoltare. E se si vogliono intendere queste voci segrete delle cose, se si vogliono cogliere lumi del mistero in cui affondiamo, allora i sensi non sono strumenti adeguati, non ci portano oltre i limiti d’inutili pervenze.

Al più, oserei dire, i sensi si trasformano nella poesia di Angelo Francesco Nardelli in pure funzioni percettive dell’anima.

Nardelli poeta non vede con gli occhi, non sente con gli organi dell’udito. Sogna e seleziona i suo elementi. Ci sono albe e tramonti, che non sorgono e non declinano. I flutti del mare sono attesi, perchè mi portino un segno verace / alla deriva. Certe distese di verde nei campi in realtà sono refrigerî intatti e il pantano, da cui emerge un surreale reliquario di ossi, è evidentemente metafora della corruzione e consunzione operata dal tempo.

Perfino Egnazia, che è l’unico luogo geografico non immaginario, perchè esiste, e a cui sono dedicate in questo libro due poesie, è un luogo mentale, da cui emergono soltanto tombe derelitte, un’ara, muri scavati nel nulla. E se l’erbe battono le cime / al verso della sorte, cioè nella direzione stabilita dal destino e se le stelle soffiano sul grano / goccie di rugiada, allora io mi chiedo: ma quale è il “dove” di questi eventi di pensiero se non l’anima del poeta?

E ancora. Quale è il “quando” di una sera o di una notte? Leggiamo alcuni versi della poesia Più tardi.

Il mio cuore s’addormenta
lentamente sui voli dei passeri
appena conclusi. È sera?
No. È notte? No. V’è solo
il buio che mi toglie la luce
del sole.

 

Allora la sera non è sera. La notte non è notte. Ciò che conta veramente in questo contesto è il buio, che è metafora dell’assenza non solo della luce, ma dell’assenza dell’amore ricambiato, dell’assenza della gioia ed infine dell’assenza dell’ispirazione poetica. Infatti un po’ più giù nella stessa poesia si dice Più tardi pure le parole / verranno meno e mi rimarrà / la bocca chiusa in segno di stupore.

 

 

Tratto dall’introduzione del Prof. Mauro De Pasquale, che ne ha curato la presentazione il 14 febbraio 2009, in occasione della festa di San Valentino.

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